di Romina Balducci
Anche gli incubi servono a qualcosa.
Secondo uno studio svizzero, rappresenterebbero un allenamento per imparare a gestire le paure che proviamo nella vita reale.
Gli studiosi, in particolare, hanno identificato due aree cerebrali che si accendono quando nei sogni proviamo angoscia: l’insula, che da svegli è coinvolta nella valutazione delle emozioni e si attiva quando ci impauriamo, e la corteccia cingolata, che ha un ruolo nei comportamenti di reazione alle minacce.
Fare brutti sogni, quindi, ci allenerebbe ad affrontare situazioni che ci fanno paura da svegli. Sempre che non i superi una certa soglia di tolleranza: se la paura sconfina nel terrore, si perdono i benefici di regolazione delle emozioni.

Lo facciamo tutti, anche se poi al risveglio in parecchi non ricordano nulla: pare proprio che sognare sia un’attività necessaria al cervello. Tanto che perfino fare brutti sogni avrebbe un suo perché: lo sostiene uno studio svizzero secondo cui sarebbero una sorta di «allenamento» a gestire le paure della vita reale, per poter rispondere meglio a situazioni che ci provocano ansia quando siamo svegli. I ricercatori hanno cercato di capire innanzitutto che cosa succede nel cervello mentre sogna, eseguendo un elettroencefalogramma ad alta densità (mettendo ben 256 elettrodi sul cranio anziché la decina o poco più dell’esame standard) su 18 volontari che dormivano e venivano periodicamente svegliati per sapere se stessero sognando e di che natura fosse l’attività onirica. Un discreto disagio che però è servito a identificare due regioni cerebrali che si accendono quando nei sogni proviamo angoscia: l’insula, che da svegli è coinvolta nella valutazione delle emozioni e si attiva quando ci impauriamo, e la corteccia cingolata, che ha un ruolo nei comportamenti di reazione alle minacce.

Il meccanismo

Le zone che la paura «accende», nel sogno e da svegli, sono perciò simili; il passo successivo è stato cercare di capire se essere terrorizzati durante il sonno abbia ripercussioni di giorno e così Lampros Perogamvros, il ricercatore dell’università di Ginevra che ha coordinato l’indagine, ha dato a poco meno di cento volontari diari del sonno da compilare per una settimana, per annotare le emozioni provate durante i sogni e se e quando avessero avuto esperienze oniriche paurose. Poi, dopo averli messi in una risonanza magnetica, ha fatto vedere loro immagini neutre oppure emotivamente negative e registrato come si attivava il cervello, soprattutto in aree coinvolte nella gestione delle emozioni come l’amigdala, la corteccia prefrontale, l’insula e la corteccia cingolata.

I risultati

«Più a lungo si prova paura nei sogni, meno si attivano amigdala, insula e corteccia cingolata di fronte a immagini ansiogene. La corteccia prefrontale mediale invece, che agisce come freno sull’amigdala quando proviamo paura, si accende in proporzione al numero di brutti sogni: più se ne sono fatti, più si attiva», racconta Perogamvros. «I sogni perciò potrebbero essere una sorta di allenamento: simuliamo situazioni terrificanti mentre dormiamo per prepararci ad affrontare con maggior sangue freddo i pericoli veri, che incontriamo da svegli». Il ricercatore specifica però che non si parla degli incubi che ci svegliano nel cuore della notte col cuore che batte all’impazzata: «Oltre una certa soglia di paura si perdono i benefici di regolazione delle emozioni», conclude Perogamvros.

Fate: Corriere.it

Categoria: Scienza&Salute

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